BRACCIALETTI ANTI-COVID & SCUOLA: DIALOGO CON ESPERTI

Spunti inediti per affrontare un tema complesso.

braccialetti anti covid

Gli indizi portano tutti verso una direzione: apertura delle scuole a settembre.

Non a caso in questi giorni il MIUR ha pubblicato la relazione redatta dal Comitato Tecnico Scientifico e avente ad oggetto le misure di sicurezza consigliabili al fine di diminuire il rischio di contagio tra alunni e professori.

Dalla lettura attenta del documento emerge però un particolare che difficilmente può sfuggire agli occhi più attenti: manca difatti qualsiasi riferimento tanto all’utilizzo di app di tracing quanto all’utilizzo dei tanto discussi braccialetti per il controllo delle distanze tra gli alunni.

Dobbiamo quindi considerarli un discorso ormai superato?

Direi proprio di no.

Una foto scattata in una scuola in Cina, con cappelli dotato di metro per assicurare il distanziamento sociale.

Difatti, nella suddetta relazione del Comitato Tecnico Scientifico, è presente un passaggio piuttosto ambiguo i cui si afferma:

“si dovrà porre in atto ogni misura organizzativa finalizzata alla prevenzione di assembramenti di persone, sia che siano studenti che personale della scuola, negli spazi scolastici comuni (corridoi, spazi comuni, bagni, sala insegnanti, etc.)”

Proprio il generico riferimento ad “ogni misura organizzativa” lascia di fatto uno spiraglio aperto alla creatività, per così dire, di chi vorrà adottare strumenti anche piuttosto invasivi di controllo di alunni e professori.

Il caso della scuola di Castellanza, del resto, ha ormai di fatto aperto la strada a soluzioni fino a poco tempo fa nemmeno pensabili ma, incredibilmente, ben accolte soprattutto dai genitori.

Nel corso di un recente convegno ho avuto occasione di confrontarmi sull’argomento con alcuni partecipanti e devo ammettere di essermi sentito quasi in difetto per il fatto di essere l’unico non del tutto entusiasta della scelta di obbligare i bambini ad utilizzare dei sistemi di tracciamento. Il punto dolente, a mio parere, non è tanto il rispetto della normativa privacy -tenderei difatti a dare quasi per scontato che chi si approccia ad un simile mercato abbia fatto i “compiti a casa”- il problema vero, per quanto mi riguarda, è più profondo.

Sarà che sono figlio degli anni 80 ma, nella mia visione di mondo perfetto, ci sono ragazzi come i “Goonies” o come quelli del film “Stand By Me” e di “Strangers Things”, che sparivano da casa per giorni in cerca di avventure per poi tornare con un bagaglio di esperienze che li faceva crescere e diventare degli adulti migliori.

Una scena tratta da “The Goonies”, film d’avventura del 1985 di Richard Dooner.

In tutta onestà, chiedetevi: come reagirebbe vostra madre se conoscesse tutto quello che avete fatto nella vostra vita? Vi sarebbe piaciuto subire un costante controllo da parte di insegnanti e genitori?

Perché negare quindi i nostri figli di una libertà di cui noi abbiamo goduto?

Sono molti gli interrogativi che spaziano dal profilo giuridico a quello psicologico, per questo ho pensato di chiedere il supporto di alcuni stimati professionisti, i quali hanno fornito le seguenti risposte ad alcune mie domande che infra riporto integralmente. Nella speranza di poter fornire ai lettori alcuni spunti di riflessione inediti o, comunque, differenti rispetto a quelli rinvenibili nei diversi articoli che potrete agilmente trovare cercando su internet.

D: Il preside di Castellanza ha affermato che ai bambini l’utilizzo dei braccialetti verrà fatto passare come se si trattasse di un gioco. Secondo lei è davvero così facile? Che effetti può avere il fatto di abituare gli adulti di domani ad essere controllati costantemente?

ROBERTA SACCHI (Psicologa giuridica):

In questi giorni ho riflettuto molto su questa soluzione e ho letto alcuni pareri dei miei colleghi. Comprendo perfettamente le loro riserve ma l’idea di far indossare ai bambini un braccialetto per garantire il distanziamento non mi sembra così drammatica.

Ogni giorno insegniamo ai nostri bambini che ci sono rischi e forniamo loro gli strumenti di prevenzione. Penso alla cintura di sicurezza in auto o ai braccioli in acqua. Tuttavia i bambini non sviluppano per questo fobie per i viaggi in auto o per il bagno in piscina.

Allo stesso modo insegniamo ai bambini che anche alcune persone possono costituire un pericolo. Penso per esempio a quando spieghiamo loro che non devono allontanarsi dai genitori. Neanche in questo caso i bambini sviluppano fobie sociali.

Mi rendo perfettamente conto che il braccialetto indurrà i bambini a pensare che il rischio è costituito dai coetanei ma con opportuni accorgimenti i bambini potranno mitigare queste paure. Ad esempio sarà necessario spiegare loro che si tratta solo di un periodo breve, legato all’emergenza.

C’è poi da considerare il male minore perché tutti auspichiamo il mondo migliore possibile ma alcune volte non è realizzabile. E anche questo è un insegnamento per i bambini e una opportunità di crescita. L’alternativa al braccialetto è stare a casa o rischiare di contrarre o veicolare il virus. C’è poco da fare.

Infine un’ultima parola vorrei spenderla per gli insegnanti. Chi si occupa di stress lavoro correlato sa che la categoria dei docenti è una tra le più colpite da questo fenomeno. Il carico psicologico ed emotivo degli insegnanti è già eccessivo. Dobbiamo pensare anche a loro e a tutte le misure che li aiuteranno a gestire questo ulteriore compito di sorveglianza, che peraltro insiste sulla salute. Ancora una volta sento di dire che dobbiamo pensare al male minore, cioè evitare che gli insegnanti risultino ulteriormente logorati dall’onere della vigilanza.      

D: Abbiamo ormai affrontato i numerosi dubbi emersi dall’utilizzo del sistema di controllo tramite braccialetti. Secondo lei è possibile rendere un’idea della portata dei possibili effetti negativi sulla popolazione italiana? Le sembra uno scenario “gestibile” quello che si intravede all’orrizzonte?

ANGELO LEONE (AD EUservice e DPO):

Superate le questioni psicologiche, pedagogiche e di privacy, cosa affatto banale, arriverà l’ora di fare due conti.

Quando si parla di scuola bisogna sempre avere bene in mente i numeri: 8 mila istituti pubblici su oltre 40 mila sedi con più di 8 milioni di allievi e oltre un milione di lavoratori

A ciò vanno aggiunti i circa 900 mila studenti e 200 mila lavoratori delle scuole private (Fonte MIUR)
In tutto oltre 10 milioni di persone e, quindi, 10 milioni di braccialetti.
Oltre a produzione, approvvigionamento, consegna agli istituti e distribuzione a personale ed allievi (tutto entro i primi di settembre), si dovranno prevedere diversi costi amministrativi, prima di far ricadere sul singolo istituto l’onere della gestione. Si dovrà quantomeno: formare il personale, informare le famiglie, aggiornare le informazioni privacy. E poi il braccialetto raccoglie o non raccoglie dati? Servirà qualche consenso? Perché in tal caso ogni istituto ne dovrà raccogliere circa 1.500 e non è cosa che fai in due giorni.
Insomma, la questione mi sembra assai complicata, anche considerando che siamo ancora in semi lockdown, c’è l’estate di mezzo e metterei anche in conto un po’ di stanchezza. Forse è il caso di lavorare su soluzioni più “agili” e che siano rispettose della persona e del sistema scuola.

D. Posto che, come ripetono ormai in molti, “siamo tutti tracciati”, non crede che cercare di limitare l’utilizzo di una simile tecnologia rischi di sembrare anacronistico?

ANDREA BALDRATI (Avvocato c/o Studio Legale Baldrati e Strinati):

Premetto che la mia opinione è strettamente legale, e non comprende alcuna questione di carattere etico o psicologico che non mi compete, ma che certamente dovrà essere valutata laddove tali braccialetti siano indossati da minori. Non mi piace avere un atteggiamento pregiudizievole verso nessuna nuova tecnologia, perché sarei in palese contrasto con il messaggio lanciato dalla normativa privacy europea, che è nel senso della regolamentazione, non del divieto. Parafrasando, è necessario “regolamentare” l’enorme flusso di dati personali, non vietarne la loro diffusione. Questo sì, sarebbe anacronistico.

Dunque, come applicare questa regola al caso dei braccialetti? Applicando alla lettera i principi fondanti della normativa che ho citato (il c.d. GDPR). Primo fra tutti il principio di minimizzazione dei dati, che significa trattare solo i dati personali strettamente necessari per le finalità che abbiamo scelto

Nel caso specifico, la finalità è quella del mantenimento del distanziamento sociale.

In quest’ottica, ad esempio, il dato dei metri percorsi giornalmente da un bambino non avrà alcuna utilità al riguardo. Questo principio deve intervenire sia nella fase di acquisizione dei dati personali, sia nella fase di conservazione. Una volta, infatti, che tali dati non servono più per la finalità originaria per cui li ho raccolti, dovrò cancellarli o perlomeno renderli anonimi.

A parole sembra tutto piuttosto intuitivo, ma sotto il profilo tecnico-giuridico si tratta di un percorso lungo e faticoso a cui sono chiamati tutti i produttori di tali tecnologie, ma un percorso necessario se vogliamo procedere verso una maggiore tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, che oggi passa inevitabilmente per il corretto trattamento dei dati personali.

D: Le criticità che derivano da questi braccialetti sono principalmente di carattere etico (come abbiamo visto) e tecnico giuridico. Posto che l’etica è di per sé qualcosa capace di variare sensibilmente da un individuo ad un altro, mentre l’aspetto più tecnico non viene pienamente compreso dalle persone comuni, diventa difficile far capire ai genitori i motivi per cui dovremmo avere a cuore questi temi. Come possiamo spiegare alla gente comune che la sicurezza del dato è un qualcosa da non prendere alla leggera?

ANDREA BALDRATI:

Il concetto di sicurezza sfugge a molti genitori quando si passa dall’”analogico” al digitale. Basti pensare a quanti sono coloro che pubblicano foto dei figli sui social fin da neonati, nonostante vi siano segnali allarmanti sul fronte del cyberbullismo o di altre pratiche criminali che fanno leva proprio sulla sovraesposizione dei minori. Credo sia un problema di percezione e di contesto temporale.
Mi spiego: quando parlo di percezione alludo al fatto che ancora oggi la maggioranza della popolazione è nata in un momento storico in cui le relazioni sociali, private e professionali, si costruivano off-line. Questo, gioco-forza incide sulla percezione che tali generazioni hanno di internet quale mondo a sé e aggiuntivo a quello reale, essendo entrato in gioco, per così dire, in itinere.
In realtà, e non so certo io a scoprirlo, questi due mondi – nella odierna società delle informazioni – sono pienamente connessi fra loro e non vi è più nessuna linea di demarcazione a tenerli separati. Eppure, la sicurezza dei dati personali, che è la sicurezza della nostra identità (non solo digitale) non vale quanto la sicurezza della nostra identità per così dire “fisica”.

Ai figli minori si insegna di guardare ogni senso di marcia prima di attraversare la strada, si raccomanda di rientrare a casa prima che faccia buio, ma poi è raro riscontrare la stessa sensibilità per la sicurezza in ambito digitale.

Un altro motivo, come dicevo, è il contesto temporale in cui viviamo.
Ad oggi, conosciamo solo in parte gli effetti che avranno alcune incaute condotte nella formazione del carattere e della personalità dei minori che un domani saranno adulti. Soffermiamoci sul tema dei braccialetti: essere certi in merito a quali dati sono trattati, chi li controlla e assicurarsi che tali dati non siano condivisi a terzi per usi diversi da quelli strettamente connessi all’emergenza contingente, vuol dire preservare i minori da possibili futuri abusi.

È noto, fra gli operatori, il caso di Vitality, una compagnia di assicurazione sanitaria che dal 2016 ha iniziato ad offrire Apple Watch insieme alle loro polizze assicurative.
Il meccanismo è piuttosto semplice: l’orologio monitora la tua attività motoria e il premio assicurativo viene fissato in relazione ad essa; se un mese salti due allenamenti di fitness e aumenti di peso allora potresti pagare un premio maggiore.

Immagine tratta dal sito di Vitality con l’offerta assicurativa associata all’Apple Watch.

Apparentemente, non riscontriamo nulla di così tremendamente sbagliato, ma tali pratiche sono il primo passo verso scenari futuri che devono essere arginati ora. Scenari di cui abbiamo già avuto un assaggio nel recente passato.
Ad esempio, nel Settembre 2018 la compagnia assicurativa americana John Hancock annunciò che in futuro avrebbe offerto polizze assicurative solo a persone disposte ad indossare la tecnologia di tracciamento delle attività.
All’epoca l’annunciò fu fortemente criticato, ma il punto resta. La sicurezza dei dati è prima di tutto mitigazione di un rischio, cioè il rischio che i dati siano utilizzati per fini diversi da quelli previsti e/o da soggetti terzi che possono entrare a contatto con tali dati e sfruttarli a loro vantaggio, talvolta per ragioni puramente commerciali, nelle ipotesi peggiori anche per finalità criminali.

Come abbiamo visto, dalle varie risposte fornite, emerge in modo inequivocabile come il tema dei braccialetti sia molto più complesso di quello che si potrebbe pensare di primo acchito. Occorre quindi evitare di banalizzarlo, da parte di entrambi gli schieramenti, cercando di meglio comprendere tanto le ragioni del si, quanto le opposte ragioni del no.

La speranza è quella di consentire una maggiore consapevolezza sul tema di modo che chi deve prendere le decisioni lo faccia sulla base di valutazioni consapevoli, circostanza questa capace di rendere accettabile ogni tipo di scelta, anche quelle potenzialmente in contrasto con la nostra opinione.