RIFLESSIONI SULLA PRIVACY AL GIORNO D’OGGI

E’ ancora possibile invertire la rotta?

Richard Stallman Riflessioni privacy

Richard Stallman negli anni 80 fondò il movimento per il software libero. Egli era (ed è) fermamente convinto del fatto che la totale chiusura di un software non solo non garantiva una maggiore sicurezza, ma non permetteva nemmeno di incentivare il progresso tecnologico.

Il software aperto, conoscibile a chiunque, era per lui l’unica soluzione per creare programmi all’avanguardia e sicuri, nonché per consentire un constante avanzamento tecnologico.

Perché scrivo di questo? Perché seppur lontano dal concetto stretto di privacy, il ragionamento di Richard Stallman potrebbe essere applicabile anche a questo ambito.

Mi spiego meglio.

Guardiamoci attorno, i nostri dati personali sono ovunque ormai. Per fare qualsiasi cosa usiamo internet. Acquisti, svago, amicizie, amore… tutto tramite il web. Ed ogni servizio richiede i nostri datI.

Andiamo in ospedale? I dati sensibili viaggiano sulla cartella clinica elettronica.
Andiamo in aereo? A breve gli areoporti saranno tutti dotati di riconoscimento facciale.
Non vuoi sottoporti a riconoscimento facciale? Non puoi prendere l’aereo.

Alla luce di tutto questo, mi chiedo (in maniera provocatoria) Ha ancora senso parlare di privacy?

Premetto che io sono un ammiratore del GDPR. Per me è la migliore legge che mi sia trovato a studiare, però è evidente che nella guerra alla riservatezza, quelli come me stanno soccombendo contro il progresso tecnologico che si alimenta delle nostre informazioni.

Se la storia ci insegna qualcosa è che chi si oppone ad un’onda non può che restarne travolto.

Chi lottava contro la diffusione della televisione ha perso. Chi lottava contro internet ha perso. Chi lottava contro il file sharing ha perso.

Sapete chi ha vinto? Chi ha capito dove stava andando il progresso ed è riuscito a cavalcare l’onda.

Netflix, per citarne uno, ha capito che era inutile combattere contro i ragazzi di tutto il mondo e la loro voglia di vedere le serie televisive, tutte in un’unica soluzione, comodamente dal proprio tablet. Per questo Netflix ha deciso di dare loro esattamente quello che volevano. In più, glielo ha dato in modo del tutto legale, evitando ai teenager di tutto il mondo di finire indagati per aver scaricato un film (vi ricordate la pubblicità contro la pirateria? “Scaricare è come rubare”).

E’ per me evidente che opporsi alla tecnologia, al riconoscimento facciale o al trattamento dei dati in generale ha ormai poco senso.

Sia chiaro, tutto ciò non mi rende affatto sereno. Ad esempio, trovo inconcepibile che gli stati obblighino le persone al riconoscimento facciale. Ma sarebbe miope negare che questo è ormai il trend.

Pochi giorni fa si è verificato il più grande data breach di sempre (LINK). Si parla di un miliardo e duecento milioni di account violati. Quasi un quarto degli abitanti del pianeta (con accesso ad internet).

E’ stato  in quel momento che mi sono chiesto: “come si fa a fermare tutto ciò? Come posso fare per togliere linfa alla criminalità informatica?”

Poi ho avuto l’illuminazione: come Richard Stallman credeva che la soluzione ai problemi fosse il software open, io credo che la soluzione a molti problemi odierni potrebbe essere quella di rendere OPEN i nostri dati, per lo meno quelli non sensibili.

Ad un recente convegno tenutosi a Milano, il Dott. Luca Mella ha spiegato che, ad oggi, ogni nostra informazione è già reperibile sul deep web ad un prezzo peraltro nemmeno inavvicinabile (come emerge dalla tabella infra).

Che valore avrebbero gli stessi dati se fossero già resi pubblici e trasparenti a tutti?

Pensateci, se tutti i nostri dati fossero accessibili, la criminalità organizzata non potrebbe venderli sul deep web. I data breach non creerebbero problemi. Nessuno potrebbe essere ricattato in cambio della pubblicazione di dati.

E’ chiaramente una proposta provocatoria ma, riflettendoci, la soluzione potrebbe andare proprio in quella direzione.

Del resto, da un recente ricerca è emerso che, di fatto, la stragrande maggiornaza dei nostri dati sono già accessibili in internet. Partendo dal numero di telefono di una persona è possibile difatti ottenere una moltitudine di informazioni tali da rendere quasi anacronisctico parlare ancora di privacy.

E’ giusto? E’ sbagliato? Non lo so, ma so che ormai è lo status quo.
Con Privacy Network io ed i miei colleghi cerchiamo di parlare in modo semplice di privacy, nella speranza di creare una cultura anche tra la gente comune. Ma se lo stato dall’alto obbliga, ad esempio, al riconoscimento facciale negli areoporti, come possiamo contrastare questo moto?

Non so bene quale potrebbe essere in concreto la soluzione, ma come Netflix ha saputo guidare il file sharing verso una direzione legale (e remunerativa), qualcuno fra i nostri lettori potrebbe avere l’idea per guidare la data protection verso una direzione innovativa.

La nostra generazione forse è ancora in tempo per indirizzare il futuro della data protcetion verso scenari auspicabili. E’ questo il motivo che mi spinge a fare divugazione. Tra i nostri lettori ci sono alcune delle menti più brillanti di tutto il panorama italiano. Sono certo che a qualcuno di loro si accenderà una lampadina leggendo questo articolo.

Del resto, attualmente, stiamo cercando di combattere un incendio usando delle pistole ad acqua giocattolo. Se non ripensiamo tutto il concetto di privacy, non azzeriamo i consensi e ripartiamo da zero, forse dovremmo arrenderci al fatto che abbiamo perso, e che l’unica soluzione è allearci a quell’incendio.