APPLE FA UNA PROMESSA: NON VENDEREMO I VOSTRI DATI

Apple non vende i tuoi dati
I Grandi del Tech sanno ormai che la privacy è una variabile che può influenzare i clienti nella scelta di un prodotto o di un servizio.

Pochi giorni fa Apple ha pubblicato un video sul proprio account You Tube, che mette al centro – ancora una volta – il tema della protezione dei dati (lo trovate qui )

Lo slogan è eloquente e piuttosto sarcastico nei confronti della concorrenza: “APPLE NEVER SELLS YOUR DATA” (trad. “Apple non vende a terzi i tuoi dati”).

Insomma, ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.
A parte le battute, i grandi del Tech hanno iniziato una battaglia sul fronte della “data protection” che coinvolge persino il settore della comunicazione.

1. LA PRIVACY: UN ELEMENTO NUOVO PER CONVINCERE GLI UTENTI.

Proteggere i dati sta diventando una questione molto seria; non sono più ammessi passi falsi, la posta in gioco sta diventando altissima.

Rendere pubblica la propria politica sulla protezione dei dati è oramai una priorità, un vessilo da mostrare e magari ostentare di fronte agli utenti.
Di fatto costituisce una variabile che può influenzare i clienti nella scelta di un prodotto o di un servizio; ecco allora che una campagna di marketing ad hoc può garantire un margine competitivo rispetto alle aziende che restano ancorati ad una visione “burocratica” e “documentale” della privacy

Questo cambio di passo è anche il segnale che la recente normativa ha travalicato i confini europei e sta segnando le politiche aziendali di imprese globali che, come tali hanno bisogno di salvaguardare una quota del loro mercato che si trova nei Paesi dell’UE (come noto, infatti, il GDPR  si applica anche a società che sono stabilite fuori dall’UE, qualora offrano beni o vendano servizi a favore di cittadini europei).

2. NON È SOLO UNA QUESTIONE NORMATIVA.

Ma non è solo una questione di adeguarsi ad una normativa, per il semplice fatto che il legislatore lo impone.
Ci sono altre motivazioni che spingono la Apple – come altre società – a “battagliare” sul fronte dei dati personali, facendo leva su efficaci campagne di marketing tese a convincere i propri clienti circa l’affidabilità e la riservatezza dei propri sistemi.

I recenti data-gate  hanno infatto messo in evidenza quale perdita di capitale si può subire dopo una fuga di dati o un loro illecito utilizzo.

Al riguardo, la rivista The Guardian ha indicato in 119 miliardi di dollari (leggi qui) la perdita subita da Facebook in termini di valore di mercato, in seguito alla nota vicenda che ha preso il nome dalla società di brokeraggio “Cambridge Analytica”, la quale ha potuto orchestrare e inviare una serie di messaggi politici mirati a milioni di utenti del Social Network, avendo libero accesso al tesoro di informazioni detenuto dalla società di Zuckerberg.

In futuro è presumibile che le ripercussioni economiche successive ad uno scandalo di tale portata siano ancora più cospicue, e non solo per l’applicazione delle nuove sanzioni del GDPR, di gran lunga più gravose rispetto a quelle previste dalle leggi previgenti in materia.

Quello che spaventa, infatti, è anche il danno di immagine e di reputazione che potrà conseguire a tali eventi, ora che è aumentata la sensibilità degli utenti sul tipo di utilizzo che viene fatto dei propri dati.

È innegabile che questo tipo di sensibilità stia crescendo; basti pensare a dove eravamo solo qualche mese fa, prima di quel fatidico 25 Maggio 2018, data di applicazione del nuovo Regolamento Europeo (Reg. UE 679/16).
Da lì in poi è stato un crescendo di informative, di software che promettono adeguamenti miracolosi alla privacy, di banner cookies e consensi a pioggia (in palese contraddizione con lo spirito della norma).
Questa inedita forma di ansia collettiva – in parte dovuta alla corsa dell’ultima ora per conformarsi alle nuove prescrizioni – ha di certo contribuito ad alimentare una certa consapevolezza fra gli utenti su quali siano o debbano essere le buone pratiche in materia di trattamento dei dati.

3. SARÀ DECISIVA LA SENSIBILITÀ DEGLI UTENTI.

Si dirà: a furia di sentirlo ripetere… privacy, GDPR, informativa. Queste parole ormai sono entrate nel gergo degli utenti e non solo degli addetti ai lavori.
Non è affatto un fenomeno da sottovalutare: vi ricordate quanta poca attenzione veniva riposta dai consumatori sulla provenienza degli alimenti, prima che alcune direttive comunitarie e una serie di campagne di sensibilizzazione (pubbliche e private) condizionasserero le loro scelte, generando un circuito virtuoso fra tutti gli attori del mercato per offrire prodotti più vicini alle mutate esigenze dei clienti?
Basti pensare che oggi, agli occhi di un consumatore, il valore di un “prodotto a Km 0” rappresenta un surplus talvolta decisivo nella scelta finale.

Il paragone può sembrare ardito, ma nei prossimi anni assisteremo ad un cambiamento simile, che probabilmente sarà a breve incentivato dalla introduzione delle certificazioni GDPR (circostanza prevista dalla stessa normativa); un “sigillo di qualità” che avrà anche il compito di rassicurare l’utente sulla credibilità di un’impresa a cui intende affidare i propri dati.

Quale società potrà farne a meno?