DATA BREACH: PERCHÈ AUTO-DENUNCIARSI AL GARANTE?

Il titolo è provocatorio, ma prende spunto da un quesito che numerose aziende ci hanno rivolto in sede di consulenza

Poniamo che l’azienda Alfa subisca un furto di dispositivi informatici all’interno dei quali sono contenuti dati personali di clienti e fornitori.
Siamo quindi di fronte ad un’ipotesi di violazione dei dati personali, (c.d. data breach, art. 33 e ss. GDPR), cui consegue una serie di obblighi in capo al Titolare.
Fra questi, l’obbligo di notifica della violazione al Garante Privacy, là dove sussistano determinati requisiti indicati dal Regolamento UE (per un approfondimento, vi invito a leggere questa news).

In sostanza, la Società Alfa ha l’onere di informare l’Autorità Garante del furto subito entro il termine di 72 ore, fornendo delucidazioni su quale potrebbe essere l’entità del rischio per i diritti e le libertà delle persone fisiche i cui dati sono stato oggetto di violazione.

Ma perchè si dovrebbe procedere in tal senso?

Per quale motivo la Società dovrebbe denunciare l’accaduto all’Autorità, pur sapendo che, in ragione della notifica, verrebbero avviate le relative indagini per conoscere i motivi del data breach?

La domanda – vista dalla prospettiva di un imprenditore – è del tutto legittima: d’altronde, nessuno ha il desiderio di diventare un “sorvegliato speciale” dell’Autorità Garante, con lo spettro – peraltro – di subire una pesante sanzione. Si è dunque portati a pensare che la notifica debba essere effettata solo in casi estremi, qualora il data breach sia ormai di dominio pubblico e quindi risulti difficile da nascondere.

È quindi inutile girarci attorno.
Sono in molti a chiedersi se non convenga “fare finta di nulla”, archiviare la violazione come un incidente di percorso e provare a salvare il salvabile senza interpellare il Garante, nella speranza che non si verifichino altri episodi simili.

Premesso che una tale condotta è contraria alle norme di legge – e questo dato già di per sè dovrebbe dissuadere ogni impresa dall’agire in tal senso – proviamo comunque ad elencare le ragioni a favore della notifica al Garante (qualora, ovviamente, siano integrati i requisiti che ne integrano il relativo obbligo).

  • LE CONSEGUENZE DI UN DATA BREACH SONO IMPREVEDIBILI: Si sente spesso ripetere che con la diffusione di internet le informazioni e le notizie viaggiano veloci. Purtroppo lo stesso può valere per i dati personali di cui abbiamo perso il controllo in seguito ad un data breach. In brevissimo tempo le informazioni riservate di clienti o fornitori potrebbero passare di mano in mano ed essere condivise e utilizzate per i più vari scopi criminali. Oggi, infatti, il cyber-crime è una realta industrializzata, che attinge da qualsiasi fonte di dati con metodi sempre più sofisticati. È un errore credere che questo fenomeno riguardi soltanto il settore pubblico o le grandi multinazionali (qui trovate uno studio recente sul tema). Informare il Garante diventa pertanto essenziale per avere piena coscienza degli effetti che potrebbero derivare dalla violazione, affidandosi a chi – più di ogni altro – studia e affronta casi simili conoscendone il reale impatto.
  • PRIMA O POI SI SCOPRIRÀ CHI HA CAUSATO IL DATA BREACH: è una legge non scritta che bisogna tenere a mente. Non è un mistero che, in presenza di alcune circostanze, le aziende – soprattutto in passato – abbiano preferito tenere “segreti” i data breach. Il motto che si segue in questi casi è quello di non svegliare il can che dorme. Se il cliente non si accorge di nulla, se non riceviamo alcuna lamentela o reclamo, perchè procedere con la notifica? Torniamo, allora, al punto precedente, per ribadire un concetto importante: in questa fase di emergenza non si può rimettere tutto all’improvvisazione, sperando che la violazione resti “sotto traccia”. Al riguardo, va precisato un altro dato importante: anche nei casi in cui il data breach non sia immediatamente ricollegabile ad una determinata società o ad uno specifico professionista (per ragioni connesse alla sua portata ed estensione che rendono difficile l’individuazione dell’origine della violazione) tuttavia gli strumenti tecnologici odierni consentono ai tecnici informatici (di cui si avvale il Garante in sede di ispezione) di scoprire – nella gran parte dei casi – quale sia stata la causa scatenante la violazione. Morale della favola: nascondere la testa sotto la sabbia è la peggiore delle idee!
  • IL GARANTE NON È “IL CATTIVO”: dobbiamo liberarci da questa concezione comune secondo la quale il Garante sarebbe il “nemico” pronto a erogare sanzioni non appena si commette una violazione. Questa narrazione è fuorviante: la figura del Garante andrebbe invece immaginata in termini opposti, come una “spalla” a cui possiamo fare affidamento per comprendere i nostri errori, provando ad attingere dalla sua enorme competenza ed esperienza. La notifica può aiutarci ad instaurare un rapporto proficuo con il Garante, valutando insieme all’Autorità quali potrebbero essere le migliori strategie (tecniche e organizzative) da adottare in futuro per evitare incidenti simili a quello che abbiamo denunciato.
  • UN ATTEGGIAMENTO COLLABORATIVO EVITA LA SANZIONE: si ritorna al punto precedente. Se il Garante viene interpellato – con notifica – si instaura un rapporto collaborativo tra le parti che evita la sanzione (a meno che non siano stati commessi errori macroscopici, dovuti a negligenza o malafede); se, invece, il Garante viene a conoscenza della violazione per il tramite di terzi (come nel caso del cliente che denuncia il data breach), allora – per ovvie ragioni – sarà più propenso a “punire” la nostra condotta, piuttosto che a collaborare con noi.
  • IL DATA BREACH NON È SINONIMO DI COLPA: ad oggi il rischio zero non esiste in termini di sicurezza informatica e, probabilmente, non esisterà mai. Le violazioni di dati che conseguono ad attacchi informatici sono all’ordine del giorno, e possono anche colpire aziende dotate dei più elevati standard di sicurezza. Per cui una violazione non va necessariamente intesa in termini di “colpa”. Spesso chi attacca (il cyber-criminale) è due o tre passi avanti rispetto a chi si difende; questo significa che le misure di sicurezza che abbiamo adottato potrebbero non bastare. Ecco perchè la notifica va interpretata quale informazione utile al Garante (e a chi si occupa di cyber-sicurezza) per comprendere – anche a fini statistici – quali sono i nuovi trends nel campo del cyber crimine. Questo consente di comprendere lo scenario attuale e di realizzare gli anticorpi necessari a proteggere le infrastrutture pubbliche e private del Paese.
  • LA NOTIFICA PUÒ SALVARE LA REPUTAZIONE DI UN’AZIENDA: se l’azienda dimostra di aver sottostimato i danni conseguenti ad un data breach, o addirittura di aver coscientemente omesso la dovuta notifica, quale potrebbe essere il danno economico che ne consegue? Difficile dirlo, perchè quando in gioco ci sono valori come l’affidabilità o la reputazione di un’azienda, i risvolti economici sono imprevedibili. La notifica al Garante, certo, non è esente da possibili ripercussioni economiche, ma la tendenza sul mercato odierno è quella di premiare le aziende che osservano una condotta trasparente, responsabile e consapevole dei dati che detiene e delle misure che vanno adottate per proteggerli.

Saranno necessari mesi e forse anni per comprendere la logica sottesa alla notifica del data breach. Ancora oggi, agli occhi di imprenditori e professionisti appare per quello che non è.

La notifica, infatti, non va intesa in termini di auto-denuncia; è invece uno strumento che tutela l’immagine aziendale e protegge clienti e fornitori.
La notifica non è un’ammissione di colpa; nasce dall’esigenza di rendere noti i data breach per evitare un effetto “contagio” in fase di emergenza, nella consapevolezza che, in questo campo, il rischio zero non esiste.
La notifica, infine, non è un “assist” al Garante in vista di future sanzioni, ma un’opportunità per dare vita ad una collaborazione proficua tra le parti, volta a mettere in sicurezza il nostro patrimonio informativo.