BLOCKCHAIN: L’ALLEATO PERFETTO PER LE LEGGI ANTI-TRUST?

Come la decentralizzazione della tecnologia Blockchain può supportare le leggi antitrust nel contrastare forme dannose di concentrazione tra imprese.

Blockchain come alleato perfetto per le leggi antitrust

Dell’ecosistema Blockchain e delle regole che la governano abbiamo già avuto modo di parlare all’interno di Juris-Tech (LINK), per cui in questa nuova pubblicazione darò per acquisite alcune nozioni.
Ricordiamone però i tratti essenzali:

la Blockchain è un registro aperto e distribuito (c.d. distributed ledger) che tiene traccia di tutte le tansazioni tra utenti. Il registro viene quindi alimentato e conservato da ogni utente attravero una rete peer-to-peer.

Le sue caratteristiche di decentralizzazione e di immutabilità, insieme al meccanismo di consenso e di riservatezza, garantito per mezzo delle tecnologie impiegate, delineano un nuovo paradigma le cui applicazioni sono ancora oggi – in buona parte – inesplorate.

1. BLOCKCHAIN & ANTITRUST: COSA LI UNISCE

Un recente paper – consultabile online – che vede la prestigiosa firma di Vitalik Buterin, Co-founder di Ethereum insieme a Thibault Schrepel, Faculty Associate all’Università di Harvard, apre ad uno scenario applicativo in cui la Blockchain offre supporto alle leggi Antitrust per incrementare il concetto di decentralizzazione, di cui entrambi sono sostenitori sia pure per ragioni e finalità diverse.

Se infatti analizziamo le leggi antitrust nel loro complesso, è evidente come l’obiettivo perseguito da tali norme sia quello di favorire il benessere dei consumatori e che, in gran parte, esso viene raggiunto attraverso una spinta alla decentralizzazione del mercato, intesa come limitazione alla concentrazione del potere economico per salvaguardare la libera concorrenza delle imprese.

Non a caso lo Sherman Act, la prima legge antitrust americana (1890), tutt’ora in vigore, proibisce alle società di unire le rispettive risorse per raggiungere una forma di concentrazione economica che possa interferire con il commercio e la concorrenza (Section 1); oltre a scongiurare l’ipotesi che una sola impresa abusi del suo potere di mercato per eliminare la concorrenza (Section 2).
Nel 1914 la legge federale è stata ulteriormente rafforzata dalle norme del Clayton Antitrust Act, emanate allo scopo di evitare concentrazioni dannose, nei casi in cui si preveda che le nuove entità, una volta formatesi, possano disporre di un potere di mercato eccessivo.

Un ritratto di John Sherman, politico americano che prestò servizio nella Camera dei rappresentanti (1855-1861) e nel Senato degli Stati Uniti (1861-1877, 1881-1897).

Anche l’Unione Europea si è dotata di principi simili in materia antitrust.
Sono infatti vietati tutti gli accordi tra imprese che abbiano quale effetto quello di falsare il gioco della concorrenza nel mercato comune. Ed è ugualmente punita la condotta di chi, trovandosi in posizione dominante, ne sfrutti i privilegi in maniera abusiva (artt. 101, 102 TFUE – Trattato sul Funzionamento dell’UE).

Tra le righe di queste leggi, si intuisce che la concentrazione del potere economico non è vietata in senso assoluto, a patto che sia frutto di una concorrenza basata sul merito.

In altri termini, se una società gode di una legittima posizione dominante – raggiunta per suoi meriti e in modo corretto – non può sfruttare quella posizione di vantaggio per impedire a società terze di competere, ed eventualmente, di scalfirne il primato.
Se volessimo azzardare un paragone di stampo calcistico, pensiamo ad una squadra che è prima in classifica, avendo conquistato più punti in un contesto di lealtà sportiva. Essa non è tuttavia leggitimata – in ragione di quel primato – ad impedire la rimonta degli avversari, interferendo sull’esito delle altre partite.

2. LA DECENTRALIZZAZIONE COME BALUARDO CONTRO FORME DI MONOPOLIO DANNOSE

Sia pure con finalità diverse rispetto alle leggi antitrust, è noto come la Blockchain persegua un principio di decentralizzazione, che si traduce in una distribuzione decentralizzata delle informazioni: ogni utente ha il pieno controllo dei dati e delle informazioni, non essendo prevista – almeno in linea generale – nessuna autorità centrale incaricata di supervisionare sul buon funzionamento dell’intero sistema.
Le stesse informazioni, poi, viaggiano direttamente tra utente e utente, senza intermediari, grazie ai nodi presenti agli estremi del network, per dare vita ad una vera e propria comunicazione peer-to-peer.

Tuttavia, anche all’interno di questo ecosistema si ammette una qualche forma di centralizzazione, sia a livello di applicazione (application layer), sia a livello di protocollo (protocol layer).

Chiariamo questa distinzione: il livello di applicazione è formato da tutta la componentistica c.d. user-facing, che in qualche modo interagisce con l’utente, mentre il livello di protocollo rappresenta l’insieme di tutti i protocolli e i codici che danno vita all’ecosistema.
Ciò che sottolineano i due autori del paper è che neppure la Blockchain preclude in via generale ad ipotesi di centralizzazione; anzi, una forma di centralizzazione è benvenuta se, ad esempio, a livello di applicazione un’idea si dimostra più utile nei meccanismi di interazione con l’utente; allo stesso modo, a livello di protocollo, un nuovo codice è accolto di buon grado, se risulta migliore di quelli esistenti.

In definitiva, il concetto di decentralizzazione è visto in entrambi i casi come un mezzo e non come un principio ideale da perseguire a tutti i costi. Più semplicemente, va inteso come un processo volto ad una maggiore efficienza del sistema.

Da qui, la forte analogia tra leggi anti-trust e Blockchain: per entrambi “la decentralizzazione rappresenta un baluardo contro i pericoli della centralizzazione strutturale”.
Pericoli che, in materia antitrust, si concretizzano nelle condotte illecite di chi, in posizione dominante, sfrutta quel vantaggio per annullare o limitare fortemente la concorrenza (ad esempio imponendo prezzi d’acquisto o di vendita; limitando o controllando la produzione, lo sviluppo tecnico o gli investimenti).
In questo senso la Blockchain, proprio per la sua intrinseca struttura orientata alla decentralizzazione, può rivelarsi un vero alleato delle leggi anti-trust.
Nel prossimo paragrafo, analizzeremo come rendere possibile questo matrimonio.

Vitalik Buterin (classe 1994), co-autore del paper “Blockchain Code as Antitrust” è un programmatore e scrittore russo conosciuto principalmente per essere fondatore di Ethereum.

3. COME LA BLOCKCHAIN PUÒ AGEVOLARE IL RISPETTO DELLE REGOLE ANTI-TRUST?

La risposta risiede proprio nella conformazione strutturale della Blockchain, che – di per sè – può agevolare la creazione di tessuti economici più decentralizzati.

Essa permetta la suddivisione dei mercati in due livelli: un livello competitivo composto da tutti gli attori del mercato (competitive layer), e un altro livello che è formato dal network peer-to-peer che li connette (network layer).

La consapevolezza che tutti gli attori sono connessi tra loro, obbligati a seguire regole comuni che non possono mutare all’improvviso – per il volere di un monopolista -, assicura un effetto duplice: da una parte chi acquisisce una posizione dominante non può abusarne per effetto della immutabilità delle regole che, quindi, non potranno essere “piegate” alle ragioni del più forte; dall’altra, i competitors sono più disposti a far parte di un mercato trasparente senza improvvisi cambi di rotta a loro sfavorevoli.

A questo punto, però, si deve fare una scelta: come noto, infatti, il “network layer” può essere costruito sulla base di Blockchain private o pubbliche.
Nel primo caso, si introdurrebbe un sistema di governance, dal momento che l’accesso alla rete sarebbe monitorato e verrbbe autorizzato da chi gestisce l’entrata di nuove imprese e la loro partecipazione al sistema.
È evidente come una struttura di questo tipo sia potenzialmente di ostacolo alla creazione di un mercato pienamente concorrenziale, allontanandosi dal concetto di decentralizzazione di cui abbiamo parlato.

Una Blockchain pubblica, invece, apparirebbe la soluzione più adatta, non presentando le stesse restrizioni, ma storicamente ha sempre subito resistenze in contesti economici e imprenditoriali. Le società, infatti, sono più restie ad affidarsi ad un modello in cui nessuno ha privilegi sugli altri, nessuno può controllare le informazioni che vengono memorizzate sul registro, nè modificarle o eliminarle.
Tali sistemi soffrono il pregiudizio di essere “anarchici”, ma forse il vento sta cambiando: merito di sistemi aperti per così dire ibridi, che presentano livelli di centralizzazione attivabili solo quando è necessario. A questo compromesso le aziende iniziano a guardare con sempre maggiore favore.
Un esempio calzante – menzionto all’interno del paper – è quello dei BitTorrent che hanno rappresentato un precedente storico piuttosto famoso di network decentralizzato che provvedeva alla distribuzione di files caricati però a livello centrale.

Vitalik Buterin spiega come la decentralizzazione della Blockchain può supportare le leggi antitrust per contrastare forme di monopolio dannose.
Una rappresentazione grafica delle differenze fra Blockchain pubblica e privata – fonte: 101Blockchains.com

Posto che, per sua natura, la Blockchain pubblica offre un ambiente più concorrenziale, massimizzando la decentralizzazione del network fra imprese, è comunque necessario domandarsi se l’adesione alla rete sia priva di barriere tecnologiche o legali; su questo punto, gli autori del paper pongono l’accento sulla disponibilità o meno di un software open-source che esegua tutte le necessarie funzioni.
Inoltre è importante chiedersi: quale tipo di algoritmo di consenso viene utilizzato; quanto è resiliente contro gli attacchi (cyber) più noti; quanto è probabile che il sistema possa essere “preso in ostaggio” da un partecipante o un gruppo di partecipanti (creando una situazione simile ad una concentrazione economica dannosa); in quanto tempo potrebbe accadere uno scenario simile.

Quando la blockchain è pubblica, resistente agli attacchi più noti e non presenta restrizioni di utilizzo, massimizza il concetto di decentralizzazione e – insieme leggi antitrust – ostacola la centralizzazione del potere economico, nelle sue forme dannose.
Inoltre, è in grado di acquisire un ruolo determinante nei casi in cui non risulti chiaro quale legge anti-trust applicare o – nel caso peggiore – là dove non sarebbe applicabile alcuna legge in materia di concorrenza.

Cosa manca allora perchè ciò possa avverarsi?
Forse la volontà politica delle istituizione pubbliche, ma anche quella dei privati che dovrebbero mettersi in gioco in un’altra realtà economica.
Di certo, è necessario modellare le attuali leggi antitrust al sistema Blockchain, per renderle ugualmente efficaci. Non possiamo infatti illuderci che la tecnologia possa essere in grado di bloccare ogni pratica anticoncorrenziale; le leggi antitrust manterranno comunque un ruolo decisivo in questo senso.
Il saldo, però, sarebbe di gran lunga positivo considerando l’aumento esponenziale delle transazioni effettuabili con i “meccanismi” propri della Blockchain.