LA RIVOLTA DI HONG KONG TRA ETICA, TECNOLOGIA E RIMEDI ANTICHI

LA RIVOLTA DI HONG KONG
Riflessioni su Honk Kong e sul futuro

A volte, nei musei, per poter capire un’opera d’arte è necessario fare un passo indietro. Questo permette quasi di estraniarsi e di avere una visione completa di ciò che si osserva. 

Lo stesso accade con la Storia, con la “S” maiuscola.
Esistono avvenimenti capaci di incidere sul corso degli eventi o, comunque, di segnare una “milestone” che avrà effetti per tutti gli anni a venire. Il primo uomo sulla luna, il primo volo intercontinentale, la prima telefonata. Magari all’epoca per l’ossarvatore medio era difficile capire a cosa avrebbero portato. Per questo occorre attendere gli sviluppi, fare un passo indietro e capire. Proprio come al museo.

Ho atteso a scrivere su ciò che sta succedendo ad Hong Kong perché non avevo ben capito il valore della vicenda. Si badi, non parlo del merito della rivolta, quanto delle modalità con cui si sta svolgendo.

Questa è difatti la prima rivolta in cui la tecnologia “comune” viene utilizzata dallo Stato per combattere i cittadini.

E non si tratta di droni, o robot super intelligenti, no… si tratta di tecnologia con cui tutti noi ci confrontiamo nel quotidiano.

Telecamere, smartphone, app per cellulare e così via. Sono qeste le armi usate dalle due fazioni.

Hong Kong non è Cina, non è un paese arretrato, anzi. Si parla di uno stato che sotto molti aspetti è avanti anni luce rispetto all’Italia, soprattutto sotto l’aspetto tecnologico.

Per questo, gli avvenimenti di Hong Kong possono aiutarci a capire la direzione verso la quale ci stiamo muovendo.

Dove oggi c’è quasi una guerra civile, fino a poche settimane fa c’era uno degli stati più democratici e civili del mondo.

In questo contesto, lo Stato aveva installato degli innocui “pali della luce smart”, con telecamere con riconoscimento facciale connesse alla rete. “E’ per garantire la sicurezza” avranno probabilmente detto.

Peccato che ora quelle telecamere vengono utilizzate per riconoscere nella folla di 50.000 persone i leader della rivolta. Già solo questo aspetto meriterebbe un’intero trattato… Il riconoscimento facciale difatti, non deve essere confuso con le comuni telecamere.
In questo caso, non dovete immaginare delle persone dietro alla telecamera che dicono “zomma qui” e cercano di capire se tra la folla è presente un soggetto “X”.  No, in questo caso c’è una telecamera dotata di intelligenza artificale che scansiona TUTTI i volti e capisce in pochi secondi dove si trova il soggetto cercato. Capite l’enorme potere di questo strumento?

E come si combatte una tecnologia così avanzata? Con metodi tradizionali, antichi, ovvero mascherandosi ed abbattendo i pali della luce smart.

Questo però provoca reazioni, ed ecco quindi che il Governo decide di vietare l’utilizzo di maschere, rispolverando una norma molto antica mai applicata.

Ma non solo, i manifestanti si organizzano tramite gruppi Telegram fin’ora rimasti non violati dallo Stato che, nel tentativo di accedervi (per colpire la rivolta alle radici) usa violenza sulla folla, forzando i ribelli a guardare lo schermo (LINK) del proprio I phone nel tentativo di sbloccarlo.

C’era anche un programma su App Store che permetteva di comprendere in tempo reale il luogo in cui la rivolta si stava svolgendo. Il Partito Comunista Cinese non vedeva di buon occhio questa app e quindi ha fatto pressioni su Apple (LINK) fino a che questa, a pochi giorni dalla release, ha deciso di ritirarla.

Insomma, la rivolta di Hong Kong è la realizzazione di ciò che fino ad oggi si pensava potesse essere il worst-scenario nell’utilizzo delle tecnologie.

E’ andato tutto male: il Governo abusa delle telecamere, impone il ritiro di applicazioni, sfrutta il FaceID per sbloccare i telefoni.

Quello che accade ad HK deve essere studiato a scuola e deve essere spiegato agli adulti che, ancora oggi, credono che le norme come il GDPR siano nate solo “per creare lavoro per gli avvocati” (come viene spesso ripetuto).

La normativa privacy europea è la nostra unica arma per rallentare in qualche modo questa escalation che ci potrebbe portare allo scenario dei nostri omologhi orientali.

Non a caso, il Garante Francese si sta opponendo fermamente ad un iniziativa del Ministero degli Interni che avrebbe  come conseguenza la creazione di un database utile al riconoscimento facciale di tutti i francesi (LINK).

Non è quindi per far guadagnare gli avvocati, ma è per evitare di fornire un enorme potere nelle mani di poche persone.

Qualche settimana, con il collega avv. Andrea Baldrati guardavamo una scena di un film in cui il governo americano presenta all’eroe di turno un’arma potentissima, capace di riconoscere tutti i nemici dell’america e di annientarli in pochi secondi.

L’eroe di turno, seppur simbolo dell’America per antonomasia, critica quest’arma, sostenendo che “questa non è libertà, non è protezione. Questo è controllo”.

Ecco, il film è chiaramente un fim leggero, ma il messaggio è più che condivisibile: non possiamo rinunciare alle nostre libertà in nome di una sperata sempre maggiore sicurezza. Questo perché oggi il controllo degli strumenti è in mano a governanti affidabili, ma domani? Chi controllerà i controllori?

Ora, siamo già in ritardo ma possiamo ancora capire l’importanza dei nostri dati. Possiamo fermare l’escalation che potrebbe portare a situazioni simili a quelle di Hong Kong, se non peggio…

Spiace che la Cina sia così lontana, perché quando una cosa è dall’altra parte del mondo la si vede come distante e permette a noi italiani di pensare “ah, ma prima che accada a noi…”.

Invece quello scenario è dietro l’angolo e solo imparando da Hong Kong possiamo evitare che quello diventi il nostro futuro.

Solo se impariamo il valore dei nostri dati nessuno potrà usarli contro di noi.