PERCHÈ LA CINA E FACEBOOK RENDERANNO INEVITABILE L’USO DELLA CRIPTOVALUTA

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Ora che il vaso di Pandora è stato aperto, si è messo in moto un processo irreversibile.

Ad aprirlo è stato Mark Zuckerberg nel giorno del lancio del progetto LIBRA (LINK), la criptovaluta di Facebook, pronta a fare il suo ingresso nel mercato mondiale già dai primi mesi del 2020.

La prima parte del Post di Zuckerberg che annuncia il progetto Libra.

La notizia ha scosso gli ambienti finanziari, bancari, ha mandato in fibrillazione autorità garanti e regolatorie, fungendo pure da catalizzatore di un progetto che il governo cinese – proprio per contrastare l’avanzata di Libra – ha deciso ora di portare a rapida conclusione.

Il progetto in questione è la creazione di una criptovaluta nazionale, l’alter-ego virtuale dello Yuàn, la valuta avente corso legale nella Repubblica popolare cinese.

Ne è conferma l’approvazione, da parte dello stesso Parlamento cinese, di una nuova legge sulla crittografia, che entrerà in vigore dal 1° Gennaio 2020, nata con l’intento di facilitare lo sviluppo della crittografia assicurando la sicurezza del cyber-spazio e delle informazioni.
In realtà, il Governo Cinese ha voluto gettare le basi per l’immissione sul mercato della criptivaluta nazionale.

1. PERCHÈ LA CINA VUOLE LA SUA CRIPTOVALUTA.

L’avvio del progetto LIBRA – argomenta il The New York Times – è stata una forte motivazione verso la digitalizzazione dello Yuàn.
I leader cinesi vedono in Libra l’inizio potenziale di un nuovo sistema finanziario globale, che potrebbe “annientare” le tradizionali autorità governative, le banche centrali, inclusa quella cinese.

Vi è il timore che un gigante tecnologico come Facebook, con oltre 2 miliardi di utenti attivi, possa compromettere la sovranità monetaria e aumentare la dipendenza cinese dal Dollaro, già moneta di riserva globale.

La cina abbandonerà presto la sua moneta “fisica”, per passare a quella “virtuale”?

Il timore – va detto – ha un suo fondamento, dal momento che Libra verrà “ancorata” ad assets esistenti (Dollaro ed Euro), nel tentativo di renderla meno soggetta alla tradizionale volatilità delle criptovalute.

La Cina, quindi, dopo aver bloccato le piattaforme di Facebook all’interno dei propri confini, sa di avere poco margine – soprattutto in termini di tempo – se vuole concorrere e magari precedere il rivale.

2. LE RIPERCUSSIONI GEO-POLITICHE SU SCALA MONDIALE.

Date queste premesse, è facile presagire che da qui a pochi mesi ci troveremo di fronte ad uno scenario economico e finanziario destabilizzante, in grado di sconvolgere gli equilibri geo-politici mondiali.

Bastano pochi dati per comprendere l’entità di questo cambiamento epocale: come noto, il governo Cinese guida lo stato più popoloso al mondo (circa 1.4 mld di persone), un bacino di utenti enorme, che si aggiunge agli oltre 2 mld di iscritti a FacebooK.

Questo significa che nel 2020, più di 3 miliardi di persone potrebbero “pagare” con moneta virtuale.

A questo punto, le preoccupazioni sulla privacy sono legittime.
Partiamo dalla criptovaluta cinese.

3. I RISCHI PRIVACY DELLA CRIPTOVALUTA CINESE.

Trattandosi di una valuta – appunto – nazionale è molto diversa dal concetto originario di criptovaluta che, dovrebbe garantire l’emancipazione da qualsiasi intermediario nel corso delle transazioni di pagamento, poggiando su una piattaforma Blockchain peer to peer, così da collegare utente a utente senza l’ausilio di banche, governi e altre autorità centrali (se volete saperne di più su come funziona un ecosistema Blockchain leggete questo articolo).

In questo caso, invece, la criptovaluta sarà gestita direttamente da autorità governative cinesi, che potranno così monitorare e conoscere meglio – molto meglio – come i cittadini spendono i loro soldi.


In mano al Governo si accentrerà un potere senza precedenti, mediante l’accesso a miliardi di dati relativi alle transazioni effettuate tramite la nuova moneta.

Queste informazioni potrebbero essere un valido aiuto nella lotta al crimine, in un Paese in cui frode, riciclaggio e corruzione sono all’ordine del giorno, offrendo inoltre nuove strumenti per gestire l’economia nazionale.

Sono però dietro l’angolo i rischi connessi ad una sorveglianza di massa da parte del Governo cinese, che potrebbe sfociare in un controllo pervasivo dei consumatori, ma anche delle imprese (ad esempio ostacolando l’uso della moneta per l’acquisto di prodotti di importazione).

Ma quale sarà il livello di privacy della futura criptovaluta? Per descriverlo i funzionari e politici cinesi sono soliti utilizzare un ossimoro: anonimato verificabile (“controllable anonymixity”).

“Fino a quando un cittadino non commette reato e non desidera che altri siano a conoscenza dei suoi acquisti, noi proteggeremo questo tipo di privacy” ha dichiarato Mr. Mu, vicedirettore del dipartimento “pagamenti” della banca centrale della Cina.

In questo ossimoro si celano derive da “Grande Fratello”, che sono ad oggi imprevedibili.
Inoltre, con un sistema tanto tracciabile quanto controllabile da parte del Governo, chi può garantire che tale moneta resti davvero neutrale?

È la domanda che si pongono gli operatori del settore.
Il valore della moneta dovrebbe infatti essere neutrale, cioè non dovrebbe mutare in base a ciò che si compra, che sia pane o farmaci, marmellata o sigarette.
L’assenza di un principio effettivo di anonimato è in grado, invece, di compromette alla radice la neutralità di una moneta.

4. LE PREOCCUPAZIONI INTORNO AL PROGETTO LIBRA.

Anche LIBRA è sotto la lente di ingrandimento per ragioni di privacy.
Tuttavia lo scenario è molto diverso, a partire dagli attori coinvolti.
Libra è infatti il progetto di una società privata, che ha deciso di investire in un settore molto appetibile; lo stesso Zuckerberg, qualche giorno fa, davanti ai membri del Congresso USA ha dichiarato che “ci sono più di un miliardo di persone in tutto il mondo che non hanno accesso a un conto bancario, ma che potrebbero averlo attraverso i telefoni cellulari se esistesse il sistema giusto. E questo include più di 14 milioni di persone proprio qui negli Stati Uniti”.

Si pongono, pertanto, questioni legate alla privatizzazione della moneta, oltre a quelle relative a sicurezza e privacy delle transazioni.

La Francia ha già dichiarato che, alle condizioni attuali, bloccherà lo sviluppo di LIBRA in Europa, ritenendola una minaccia alla sovranità monetaria dei Paesi Membri (LINK).
Si teme infatti che Facebook, in tempi di crisi, possa incoraggiare i propri utenti all’abbondono della moneta nazionale, vanificando gli sforzi messi in campo a livello nazionale e comunitari per gestire eventuali stagnazioni o recessioni economiche.

E poi ci sono i legittimi pregiudizi – in tema di privacy – che accompagnano la società di Zuckerberg in seguito allo scandalo Cambridge Analytica.
Su questo fronte sarebbero state offerte una serie di rassicurazioni: la prima è che Facebbok non venderà i “crypto-data” (i dati relativi ai pagamenti efffettuati con LIBRA) a società di advertising, per evitare, tra le altre, la promozione agli utenti di prodotti simili a quelli appena comprati.
La seconda è che i dati finanziari verranno segregati rispetto ai i dati personali relativi all’account FB; quindi, non dovrebbero essere utilizzati per migliorare ulteriormente la profilazione dell’utente.

A parte gli annunci e le belle parole di Facebook, che dovranno trovare riscontro nei fatti, sul progetto Libra la democrazia occidentale si gioca una partita fondamentale per la sua stessa esistenza, quale civiltà nata su diritti e libertà fondamentali, oltre che fondata sullo stato di diritto.
Ad oggi il sentiero appare in salita; d’altronde l’innovazione che è in grado di cambiare radicalmente un modello di business (c.d. disruption innovation), è fonte di paura, e questo sentimento viene spesso “sfruttato” da politici e autorità che non comprendono quella innovazione o che, magari, sono guidati da interessi particolari.

Gli Stati Uniti e l’UE sono invece chiamati a guidare il cambiamento, provando a regolamentarlo; sarebbe un errore fatale pensare di poter fermare l’inevitabile.

Parafrasando le parole di Deng Jianpeng, professore al Central University of Finance and Economics di Pechino, se Facebook fallirà nel suo tentativo, sicuramente altre società ci proveranno fino a quando quel mercato verrà conquistato.