FILMARE IL PARTNER DURANTE IL RAPPORTO SESSUALE: NON E’ REATO!

FILMARE IL PARTNER DURANTE IL RAPPORTO SESSUALE: NON E' REATO!

IL FATTO:

L’imputato invitava presso la propria abitazione l’ex compagna. Ancora sentimentalmente legato alla donna, decideva di nascondere una telecamera al fine di registrare, senza il consenso di quest’ultima, un loro rapporto sessuale e utilizzare successivamente il filmato per indurre la vittima, attraverso pressioni psicologiche, a riprendere la relazione.

L’uomo veniva accusato, tra gli altri, del reato ex art 615 bis cp (“Interferenze illecite nella vita privata”), fattispecie che punisce “chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’articolo 614 […]”.

LA PRONUNCIA DELLA CASSAZIONE

Con recentissima sentenza nr 27160 del 2018 la Suprema Corte di Cassazione ha precisato che “non integra il reato di interferenze illecite nella vita privata la condotta di colui che mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva provveda a filmare in casa propria rapporti intimi intrattenuti con la convivente, in quanto l’interferenza illecita prevista e sanzionata dal predetto articolo è quella proveniente dal terzo estraneo alla vita privata, e non già quella del soggetto che, invece, sia ammesso a farne parte, sia pure estemporaneamente, mentre è irrilevante l’oggetto della ripresa, considerato che il concetto di “vita privata” si riferisce a qualsiasi atto o vicenda della persona in luogo riservato”                           

In particolare, l’art 615 bis cp sanziona i soli comportamenti di interferenza posti in essere da chi risulti estraneo rispetto agli atti, ossia che non partecipi alla realizzazione degli stessi. Chi partecipa con l’assenso dell’offeso alla scena in questione (sia essa domestica, intima, o comunque tale da non rendersi percepibile ad una generalità indeterminata di persone) non può essere ritenuto responsabile, e ciò indipendentemente dal mancato consenso alla ripresa.

UN PRINCIPIO CONSOLIDATO

Tale principio è stato più volte affermato dalla Corte di Cassazione: ad esempio, è stato precisato che risponde del suddetto reato chi, con l’uso di una macchina fotografica, si procuri indebitamente immagini di ragazze iscritte ad un concorso ritratte nude o seminude nel camerino appositamente adibito per consentire loro di cambiarsi d’abito, in quanto detto camerino rientra nei luoghi di privata dimora, intesi come luoghi che consentono una sia pur temporanea, esclusiva disponibilità dello spazio, nel quale sia temporaneamente garantita un’area di intimità e riservatezza (Cass., Sez. V, n. 36032 dell’11/06/2008). Il medesimo reato è stato invece escluso in caso di  strumenti di osservazione e ripresa a distanza, nel acquisizione di immagini in spazi che, pur di pertinenza di una privata abitazione, siano però, di fatto, non protetti dalla vista degli estranei (Cass., Sez. V, n. 44156 del 21/10/2008, Go., Rv 241745).

Inoltre, il fatto che gli eventi si consumino presso l’abitazione dell’autore della ripresa non esclude di per sé la rilevanza penale della condotta. A riguardo ben può essere ritenuto responsabile chi ad esempio posizione una videocamera nel proprio bagno di casa per carpire immagini del convivente od ospite che sia; non risponderà del reato 615 bis cp, invece, il padrone di casa che effettua una ripresa mentre fa la doccia insieme con il suddetto convivente od ospite, con il consenso di entrambi a condividere quella particolare situazione intima, anche se la scena è stata ripresa all’insaputa dell’altro.

Anche cambiando scenario, il principio non muta: commette quindi reato chi predispone strumenti per registrare le telefonate che il coniuge effettui dall’apparecchio installato presso il comune domicilio (v. Cass., Sez. V, n. 8762/2013), oppure al titolare di uno studio professionale che nasconda un telefono cellulare per spiare le impiegate, senza l’assenso del personale (v. Cass., Sez. III, n. 27847 del 30/04/2015).

In conclusione, riprendendo l’argomentazione esposta dalla Suprema Corte nella sentenza n. 22221/2017, “il discrimine tra l’interferenza e la condotta lecita non è dato dalla natura del momento di riservatezza violato, bensì – si ripete – dalla circostanza che il soggetto attivo vi sia o meno estraneo”.