HATE SPEECH, QUANDO I DISCORSI DI ODIO DIVENTANO REATO

L’odio on-line è veloce, immediato, permanente e globale.

Io l’odio l’ho provato sula mia persona, io l’ho provato sulla mia famiglia e so che dalle parole di odio si passa ai fatti”.

Queste frasi, oramai note a tutti, le ha pronunciate solo qualche giorno fa la Senatrice Liliana Segre, denunciando di ricevere ogni giorno sul web numerosi messaggi di odio.

Liliana Segre insieme al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ancor più emblematiche le parole di Carolina Picchio, la quattordicenne di Novara che dopo aver ricevuto più di 2.600 offese telematiche in 24 ore, nell’ultimo messaggio ha scritto che “le parole fanno più male delle botte”.

Lontano da ogni speculazione politica, da queste parole si prende spunto per riflettere sulla violenza verbale che ogni giorno si riversa on – line ed analizzare brevemente il cosiddetto hate speech.

È proprio sul web che le espressioni di odio trovano un alleato ideale per potenziare esponenzialmente la propria valenza distruttiva.

1. UN CONCETTO SEMPRE PIÙ AMPIO

Con il termine inglese hate speech  di elaborazione giurisprudenziale statunitense degli anni ‘70 si intendevano quelle frasi di incitamento all’odio, motivate da intolleranza razziale ed avverso i più deboli. Una prima definizione di hate speech si ha a livello Comunitario in una Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa del 1997,  nella quale vengono incluse “tutte le forme di espressione che contribuiscono a propagandare, stimolare, promuovere o giustificare l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo ovvero altre forme di odio basate sulla intolleranza, compresa quella che si esprime sotto forma di nazionalismo aggressivo e di etnocentrismo, di discriminazione e di ostilità nei confronti delle minoranze…”.

Definizione recepita in Italia ed oggi ulteriormente ampliata. L’ultima formulazione del concetto di hate speech è all’interno della delibera n. 157/19/CONS, documento redatto dall’AGCOM nell’elaborazione di un regolamento condiviso per il contrasto al fenomeno dell’odio on-line, ove, vengono individuati i nuovi “target”.

Assumono pertanto  rilievo  anche le offese rivolte a persone o gruppi stereotipate per identità di genere, di orientamento sessuale, di disabilità, di condizioni personali e sociali, attraverso la diffusione e la distribuzione di scritti, immagini o altro materiale, anche mediante la rete internet, i social network o altre piattaforme telematiche

2. L’INCITAMENTO ALL’ODIO NELL’ERA DIGITALE

L’essenza dell’hate speech on-line è la medesima di ogni discorso di incitamento all’odio commessa “off-line” .

I tratti distintivi della condotta, pertanto, si caratterizzano nella violenza delle espressioni verbali, (ed anche non verbali), dirette verso altri individui variamente discriminati.

Lo scenario è profondamente mutato con la massiva diffusione di internet ed in particolare dei Social Media, quali Facebook, Twitter, Youtube. In questo nuovo ambiente, il cyberspazio, hanno trovato diffusione i computer crimes, vale a dire condotte penalmente rilevanti anche off-line, ma che nella rete presentano caratteristiche peculiari. Si tratta ad esempio della diffamazione a mezzo stampa, (alla quale i social sono equiparati, vedi Cass. Penale n. 19659/2019 e Cass. Penale 30664/2008), del cyberstalking, del cyberbullismo, (Legge 71/2017 – vedi LINK) e i delitti contro l’eguaglianza, (art. 604 bis e 604 ter c.p.) .

Rispetto alle condotte tradizionali, quelle perpetrate on-line si contraddistinguono per:

  • UNA ALTERATA PERCEZIONE DELLA CONDOTTA, determinata dall’utilizzo dello strumento elettronico. La mediazione di un computer o di uno smartphone incide sulla piena consapevolezza della gravità criminale della propria azione e delle sue conseguenze (così: G. Neri in Criminologia e reati informatici, Napoli 2014);
  • L’ANONIMATO, apparentemente garantito dall’utilizzo di pseudonimi o nomi o profili falsi. L’haters si sente maggiormente legittimato ad esprimere odio nell’errata convinzione di non poter essere identificato. Non è proprio così. Si pensi che in Francia Facebook ha acconsentito a fornire ai Tribunali i dati sui sospettati di discorsi di incitamento all’odio.
  • LA VELOCITA’ E L’IMMEDIATEZZA DELLA DIFFUSIONE. Basta un click e l’espressione di odio è on-line, non ci sono barriere all’ingresso, non viene richiesta alcuna competenza, basta poco per diventare “virale”.
  • LA PERMANENZA poiché le parole di odio on-line si diffondono con una potenzialità lesiva permanente. Si pensi alle condivisioni di contenuti o ai Tranding Topics – (argomenti di tendenza) di Twitter. I contenuti difficilmente spariscono dalla rete in maniera definitiva, potendo rivivere in altra piattaforma, con impercettibili modifiche.

In fine, il WEB non ha confini geografici, per cui l’odio on-line è VELOCE, IMMEDIATO, PERMANENTE e GLOBALE, capace di eludere i sistemi di controllo politico-nazionali.

3. LA NORMATIVA ITALIANA.

La risposta dell’ordinamento al fenomeno descritto è stata affidata, come logico, al diritto penale: è stata così promulgata la Legge 654 del 1975, la Legge n. 205/1993 (Legge Mancino); più di recente è stata la volta della Legge n. 71/2017 contro il cyberbullismo, (Legge Ferrara), e la riserva di codice che ha introdotto nel 2018 gli artt. 604 bis e 604 ter, delitti contro l’eguaglianza, il cui contenuto ricalca quello delle leggi precedenti.

4. … E LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE

Nell’affrontare il complesso tema dell’hate speech occorre opportunamente considerare tutti i diritti fondamentali in gioco che devono trovare un equo bilanciamento, al fine di evitare gli eccessi di una censura preventiva, acriticamente in contrasto con la libertà di manifestazione del pensiero, (art. 21 Cost.).

La libertà di espressione deve essere tutelata anche se odiosa, purché non travalichi i limiti del lecito ed è proprio sull’individuazione di ciò che è ammissibile che si giocherà la partita più delicata, (Cassazione Penale 36906/2015).

5. LE ALTRE FORME DI TUTELA

A causa delle dimensioni preoccupanti del fenomeno, cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni, la sola risposta repressiva non è sufficiente.

Per questo un efficace contrasto all’odio on-line, materializzandosi soprattutto all’interno dei Social Network, non può prescindere dalle politiche delle grandi Companies.

E’ così che la Commissione Europea il 31 maggio 2016 ha annunciato insieme a Google, Facebook, Twitter e Microsoft, la predisposizione del “Codice di Condotta sulle espressioni illegali di odio on-line”, con la creazione di un sottogruppo a livello di UE dedicato alla lotta contro l’hate speech.

Aderendo al Codice, i social network contribuiscono all’elaborazione di procedure interne per consentire un intervento volto alla rimozione dei contenuti che incitano all’odio entro 24 ore.

La tempestività dell’intervento è fondamentale.

Parallelamente a questi progetti, al di fuori dei rimedi istituzionali, ve ne sono altri, forse ancor più importanti, il cui obiettivo dichiarato è l’alfabetizzazione digitale degli internauti, attraverso formazione ed educazione al web.

Una utile ed alternativa forma di contrasto è oggi rappresntata dal cosiddetto counter speech, che consiste nella risposta diretta ai contenuti di incitamento all’odio, affidata ad altri utenti del web. Il counter speech ha il vantaggio di affrontare le espressioni violente immediatamente e ciascuna nella propria lingua.

L’odio on-line c’è, ma anche le soluzioni.