LA VIOLENZA SESSUALE NELL’ERA DIGITALE

Analisi alla recente sentenza della Corte di Cassazione, sez. Penale, n. 39044 del 29/05/2019

Sentenza n 39044 del 5 Maggio 2019

1. BREVI CENNI SUL DELITTO DI VIOLENZA SESSUALE.

Il reato di violenza sessuale, disciplinato all’art. 609 bis c.p., è integrato dalla condotta di colui che costringe o induce taluno a subire o a compiere atti sessuali.

La nozione di “atti sessuali” ricomprende tutti quegli atti che, secondo il senso comune e l’elaborazione giurisprudenziale, esprimono l’impulso sessuale dell’agente e comportano l’invasione della sfera sessuale della vittima.

Ecco, quindi, che si individua a chiare lettere il bene giuridico tutelato dalla norma, ossia la libertà di autodeterminazione della persona nella sfera sessuale.

2. LA VIOLANZA SESSUALE TRA CONSUMAZIONE E TENTATIVO.

Il reato di violenza sessuale si consuma, ossia si realizza nel momento e nel luogo di compimento dell’atto sessuale.

I Tribunali, nel tempo, sono stati chiamati a pronunciarsi in numerosi casi in cui, per ragioni estranee al soggetto agente, le azioni compiute da quest’ultimo non erano giunte a compimento poiché, in concreto, non avevano comportato il contatto diretto tra il responsabile e la persona offesa. Si è venuto così a delineare un orientamento giurisprudenziale – che si può definire, allo stato, sufficientemente consolidato – per il quale si ritiene configurabile il tentativo di violenza sessuale anche in assenza di un contatto fisico tra l’agente e la vittima quando la condotta tenuta dal primo si caratterizzi per “l’intenzione di raggiungere l’appagamento dei propri istinti sessuali” e sia idonea “a violare la libertà di autodeterminazione della vittima nella sfera sessuale (Cass. Pen. Sez. III, n. 19112/2016).

3. LA CONFIGURAZIONE DEL TENTATIVO DI VIOLENZA SESSUALE MEDIANTE IL RINVENIMENTO DI MATERIALE PORNOGRAFICO NEL PERSONAL COMPUTER.

Con la sentenza n. 39044, resa il 29 maggio 2019 e depositata il 24 settembre 2019, la Corte di Cassazione, Sez. V, è stata chiamata a pronunciarsi su una decisione della Corte di Appello di Roma che aveva condannato un uomo per il delitto tentato di violenza sessuale. All’imputato si rimproverava di aver costretto due minori ad accedere insieme a lui nella propria abitazione. In tale circostanza egli obbligava la bambina più grande a sedersi sul letto, le premeva un fazzoletto sulla bocca e le intimava di far finta di svenire. La minore, poi, riusciva a liberarsi e ad allontanarsi.

All’esito della perquisizione venivano rinvenuti nel computer dell’uomo alcuni supporti e video, a contenuto erotico, nei quali si ritraevano pratiche in cui lo stesso soggetto narcotizzava le vittime mettendogli un fazzoletto sulla bocca, per poi approfittarne sessualmente. Si trattava, scrivono i Giudici di legittimità, di vere e proprie condotte di stupro.

Ad avviso della Corte il tenore di tali riproduzioni visive dimostrava chiaramente l’inclinazione dell’imputato ad associare l’attività sessuale a pratiche di violenza e sopraffazione sulla donna; azioni, queste, che erano dunque finalizzate ad appagare gli impulsi sessuali dell’uomo.

Secondo i Giudici la circostanza per cui i video e le fotografie ritraessero la medesima scena che l’uomo aveva imposto alla minore dimostrava la finalità di soddisfacimento sessuale perseguita dallo stesso e la valenza strettamente erotica della condotta contestata.

Si legge, invero, che “pur non avendo la condotta violenta determinato un immediata e concreta intrusione nella sfera sessuale della vittima, non avendo lagente raggiunto il contatto con le zone intime proprie e/o della minore, è indubbio che limputato abbia posto in essere una frazione dellazione criminosa (gli atti idonei”) finalizzata a costringere la bambina a subire atti sessuali, come quelli ritratti nei video erotici rinvenuti al M., e rivendicati quali pratiche in passato intrattenute con donne adulte.”

Per tali ragioni, pur in assenza di alcun contatto tra i soggetti coinvolti, ed in mancanza di una finalità a sfondo sessuale espressamente manifestata, la Suprema Corte ha ritenuto la condotta dell’imputato idonea alla successiva commissione di una violenza sessuale avendola confrontata ed equiparata alle azioni di violenza riprodotte nei frame rinvenuti.

4. CONSIDERAZIONI FINALI.

A ben vedere la decisione in commento fa esatta applicazione del cd. criterio di valutazione ex ante, con prognosi postuma, dell’idoneità degli atti ai fini della configurazione del tentativo di delitto.

Criterio in base al quale il Giudice, al fine di verificare l’idoneità di un’azione alla realizzazione di un delitto, deve porsi nell’esatta situazione in cui si trovava il soggetto al momento del fatto, tenendo conto delle circostanze in concreto presenti e dal medesimo conosciute e delle modalità con cui si compiva tale azione.

Ed è proprio ciò che si e verificato nel caso in esame laddove la condotta è stata valutata idonea alla commissione del delitto di violenza sessuale avuto riguardo, non tanto ed esclusivamente alla natura dell’azione perpetrata ai danni della vittima, quanto al contesto specifico in cui essa è stata compiuta.